L’Angolo del Greg – Episodio 4

a cura di Angelo Gregotti

 

   Nella puntata precedente ho raccontato il primo incontro con Tajima, azienda giapponese produttrice di macchine da ricamo, avvenuto a Milano nel 1975 durante l’ITMA, la fiera più importante in Europa per l’industria tessile-confezione.

Rimasi molto colpito dall’avanguardia di questa tecnologia e da quel momento in poi l’attività della mia ditta iniziò ad orientarsi verso una nuova sfida, quella delle macchine industriali.

Così presi contatti con La Terrot France, rappresentante Tajima per l’Europa, la quale mi propose la rappresentanza per l’Italia e la Svizzera.

Ai tempi l’Auriga era il principale produttore di programmi ricamo in Europa e mi preoccupava la reazione dei miei clienti e dei fabbricanti che da “amici” sarebbero diventati concorrenti a causa della fornitura di questo nuovo prodotto.

Tuttavia questa titubanza iniziale diventò molto presto un punto di forza.

Gli acquirenti si sentivano infatti rassicurati dall’acquisto di macchine così innovative presso un’azienda storica che poteva supportarli anche nella produzione dei disegni.

Così l’“Auriga” diventò “Studio Auriga” e si consolidò ufficialmente come partner della Terrot France e rappresentante del marchio Tajima in Italia.

In questo nuovo contesto io mi occupavo della gestione tecnica e Terrot France di quella commerciale.

Ciò comportava frequenti viaggi in Giappone per incontrare il Sig. Ikuo Tajima, Presidente, Fondatore ed anima della società, al quale segnalavo le macchine e le migliorie più richieste nel mercato europeo.

In particolare vi era la necessità di ricamare in continuo la balza del lenzuolo di 240 cm in un’unica macchinata.

Le macchine di allora potevano eseguire questa operazione spostando il tessuto dopo ogni intelaiata e la centratura richiedeva molto tempo.

– Ricamatrice dell’epoca con campi da ricamo 30×40 cm


Per questa ragione durante i primi incontri presentai l’esigenza di una nuova ricamatrice per la biancheria da letto, allora in grande espansione, con un campo da ricamo di una dimensione che facilitasse la decorazione del tessuto “in posizioni standard” (centro, intermedio, angolo) ed “in continuo”, ed inoltre di una macchina per ricamare la federa in un’unica intelaiata.

I miei suggerimenti vennero ascoltati con molto interesse e ne fui immensamente gratificato.

Il Sig. Ikuo Tajima apprezzò la mia analisi e diede istruzioni al suo staff per iniziare gli studi di progettazione delle nuove macchine.

In pochi mesi fu realizzato il modello TMEF-H dotato di campi da ricamo con dimensioni inedite, 680×400 e 680×600 mm, che erano perfettamente adatte allo scopo.

– Il campo da ricamo della macchina Tajima TMEF-H misurava 220×60 cm (riquadro blu) ed era perfetto per la decorazione di lenzuola “in continuo”


– Con il modello Tajima TMEF-H anche i ricami su federa “in continuo” ed “in posizioni standard” erano realizzabili con praticità


Il primo approccio di queste nuove ricamatrici sul mercato fu un successo esplosivo, queste macchine incontrarono subito il favore della clientela.

La domanda superò di gran lunga l’offerta disponibile e la sfida a questo punto diventò rispondere alle più che numerose richieste d’acquisto velocemente, considerando i tempi di trasporto dal Giappone.

Visto il positivo riscontro ottenuto, Il Presidente di Tajima mi chiese un supporto costante nello sviluppo dei nuovi modelli di macchine da destinare all’Italia ed agli altri mercati che di conseguenza ne avrebbero sviluppato l’esigenza.

A questo scopo nella sede Tajima Giappone fu istituito, all’interno della divisione Ricerca-Sviluppo, un sotto-gruppo di persone che mi sostenesse nell’analisi delle esigenze del mercato italiano al fine di un trasferimento più veloce e preciso delle informazioni.

Questo poiché durante quegli anni le comunicazioni erano molto lente, si usava solo Telex, l’antenato del Fax, e non si potevano trasmettere foto se non per mezzo posta.


– Il telex, l’unico strumento per la comunicazione a distanza dell’epoca.
Fonte https://bit.ly/2IXE9nH


Nonostante il supporto di questo nuovo team, rimase comunque indispensabile recarmi di persona periodicamente in Giappone per supervisionare i modelli in produzione, perorare per ridurre i tempi di consegna e definire le strategie di vendita.

I trasporti erano molto meno agevoli di oggi, per arrivare a Tokyo in aereo era necessario effettuare tre scali intermedi e la durata complessiva del viaggio per Nagoya superava le 18 ore.

Nagoya era una città di 500 000 abitanti, un piccolo aeroporto e pochi palazzi di oltre 10 piani.

Le strade erano molto strette ed attraversavano un territorio agricolo disseminato di graziose villette con tetti di ceramica, circondate da piccoli e graziosi giardini.

– Stabilimento Tajima dell’epoca nella città di Nagoya, Giappone

– Stabilimento Tajima dell’epoca nella città di Nagoya, Giappone, vista laterale


Oggi lo scenario è molto cambiato, è infatti possibile raggiungere la fabbrica attraverso superstrade che in alcuni punti sono a 3 o 4 livelli ed, al posto delle villette, ci sono molti stabilimenti e palazzi di oltre 20 piani.

 
– Stabilimento Tajima oggi nella città di Nagoya, Giappone, vista dall’alto ed in prospettiva


– La città di Nagoya oggi, le autostrade multilivello. Fonte https://bit.ly/2vj4JWs


Durante i giorni lavorativi in Giappone le riunioni con lo staff Ricerca e Sviluppo s’interrompevano per la pausa pranzo sempre a mezzogiorno.
In genere ci recavamo all’unico ristorante della zona.

Ancora ricordo con simpatia lo stupore degli avventori quando mi vedevano, soprattutto dei bambini, perché ero uno dei primi stranieri che incontravano.

Dopo alcuni giorni prendevano confidenza e venivano a salutarmi con affetto, felicissimi di potermi toccare con una certa curiosità… il naso! (così diverso dal loro).

Invece ripenso con meno nostalgia al cibo, che non era proprio di mio gusto.

Questo piccolo ristorante di paese serviva piatti molto semplici ma rigorosamente a base di minestre di alghe o verdure insieme a carne bollita, estremamente nervosa e grassa.

Trovavo molto difficile pranzare senza pane ed attendevo con impazienza l’arrivo della frutta che mangiavo in buona quantità, creando un po’ d’imbarazzo ai miei ospiti a causa dell’altissimo costo della stessa poiché nel Giappone di quei tempi era considerata un bene di lusso. Il buono pasto infatti non poteva superare un certo importo (anche per i dirigenti) ed il costo della frutta non era compreso.

Il lato positivo era che dopo alcuni giorni di lavoro rientravo in Italia con un peso forma invidiabile.

 
– Zuppa di Miso, fonte https://bit.ly/2H1Bj0q    – Dim Sum, fonte https://bit.ly/2H2o4Rg


Al termine delle giornate lavorative seguivano momenti d’intrattenimento tipicamente giapponesi che ricordo con grande emozione, ma di questo racconterò in dettaglio nel prossimo episodio …….


Leggi l’episodio successivo https://bit.ly/2LKk7P4

Torna all’inizio della serie http://bit.ly/2njdXhr

 

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